martedì, Ottobre 20, 2020

Un quadro al mese: arte per la salute

Il progetto

L’arte come veicolo di salute mentale e fisica: è la visione che ispira e sottende il progetto “Un quadro al mese”, promosso da Banca Patrimoni Sella & C., con l’allestimento di un corner di ispirazione museale che comprende un’opera d’arte proveniente da collezioni private all’interno del Covid Hospital OGR di Torino. Un presidio di bellezza e cultura a sostegno dell’equilibrio emotivo e psicofisico degli operatori sanitari impegnati quotidianamente sul fronte complesso della sanità.

Il format prevede anche una parte interattiva – fisica e digitale: alla possibilità di lasciare un commento in forma scritta sui pannelli (da parte di medici e infermieri)  si unisce anche l’hashtag #unquadroalmese che consente di riportare su Instagram foto a contesto dell’opera e commenti di chi ne fruisce.

Completa l’esperienza un QR Code grazie al quale è possibile visualizzare sul proprio smartphone il video con l’illustrazione tecnica dell’opera.

 

L’ispirazione

Il progetto Un quadro al mese è strettamente legato all’attualità ma si ispira alla storia.

L’ultima volta in cui l’Europa fu costretta a chiudere tutti i musei risale alla Seconda Guerra Mondiale. Durante quegli anni, inoltre, molti musei furono svuotati per portare le opere al sicuro da bombardamenti e saccheggi. Fra questi anche la National Gallery di Londra, le cui sale rimasero vuote sin che un giovane artista insistette con l’allora direttore Kenneth Clark per poter rivedere, nonostante la chiusura, il Ritratto di Margaretha de Geer di Rembrandt. Si pensò allora che almeno un dipinto dovesse restare visibile, e nacque l’iniziativa di esporre un solo quadro al mese nelle sale altrimenti vuote. Questa iniziativa divenne un grande simbolo di vita e continuità per tutti i londinesi.

Oggi stiamo vivendo una nuova esperienza di grave sconvolgimento e abbiamo più che mai bisogno del valore umano e universale dell’arte. Vogliamo così far rivivere l’idea di Un quadro al mese, in un luogo simbolo del momento che stiamo attraversando: un ospedale di emergenza Covid19.

 

CHIARA PACE, capolavoro di Carlo Fornara, è la prima opera esposta

La scelta di “Chiara pace” come prima opera del progetto Un quadro al mese è significativa da diversi punti di vista. In primo luogo è, per soggetto, colori, valore simbolico, un dipinto che interpreta e rappresenta perfettamente il significato e le finalità del progetto: arte foriera di serenità, riequilibrio, emozioni positive. In secondo luogo, “Chiara pace” era fra i dipinti protagonisti di una delle moltissime mostre temporanee che l’emergenza Covid ha costretto a chiudere: il progetto “un quadro al mese” vuole essere una prosecuzione ideale e simbolica di quella e di tutte le altre mostre che in questi mesi sono rimaste chiuse, ma non dimenticate.

“Chiara pace” fu dipinta da Carlo Fornara nel 1903. Questa grande tela è uno dei capolavori di Fornara, maestro della prima generazione del Divisionismo e allievo d’elezione di Giovanni Segantini. Il dipinto è prestato dall’Associazione Alessandro Poscio di Domodossola ed è giunto a Torino da Aosta, dove era inserito nella mostra Carlo Fornara e il divisionismo, curata da Annie-Paule Quinsac presso il Museo Archeologico Regionale. La mostra, che presentava ben ottanta opere del Maestro piemontese ed era arricchita da documenti biografici e da una sezione diagnostica a cura della Direzione Artistica di Banca Patrimoni Sella & C., ha chiuso in anticipo a causa dell’emergenza sanitaria.
Chiara pace, come evoca il titolo stesso, è la celebrazione dell’armonia della natura: il magico paesaggio di Craveggia, in Val Vigezzo, si risveglia al tepore del sole primaverile che inonda la valle di luce. Due alberi in primo piano incorniciano il paesaggio creando una sorta di “palchetto” aperto verso questo grande teatro naturale, mentre una figura di contadino s’appoggia ad uno dei tronchi assopito e placido. Questo quadro diventa la celebrazione della natura nel suo aspetto più idilliaco e materno, dimensione genuina nella quale l’uomo può ritrovare se stesso e la propria serenità.

 

La storia del dipinto

Chiara pace, dipinto nel 1903, è riconosciuto fin da subito come uno dei capolavori del divisionismo, quel movimento pittorico straordinariamente rivoluzionario nato poco più di dieci anni prima. Segantini era prematuramente scomparso nel 1899 e Fornara aveva tentato, forse più di ogni altro artista del divisionismo, di raccoglierne l’insegnamento più genuino. Questo lo portò ad essere percepito da alcuni come una sorta di “erede” artistico di Segantini, eredità pesante ma anche aura carica di fascino, che non sfuggì al maggior mercante d’arte della Milano dell’epoca, Alberto Grubicy. Il gallerista non tardò a cogliere l’opportunità commerciale di un “erede” di Segantini e contribuì a definire in quel modo il giovane Fornara, promuovendo i suoi lavori maggiori come appunto Chiara pace, che dal Grubicy fu venduta la prima volta. La tela inoltre fu esposta diverse volte nel corso della sua storia: a Parigi nel 1912, a Venezia nel 1914 alla Biennale, a Milano 1916 e poi ancora nel 1928, e poi tre volte in epoca contemporanea.

L’opera, diventata emblema della Collezione Poscio in cui entrò in anni recenti dopo esser stata invano inseguita per anni, è uno dei capolavori di Fornara, dipinta a suo dire nel 1905-1906, ma lo afferma nel 1947, quando i ricordi cominciavano a sbiadire o stava ricostruendo il proprio percorso in modo da dare forma a logiche pensate a posteriori. In realtà l’esecuzione va collocata intorno al 1902, ovvero all’inizio di quel cammino che avrebbe portato Fornara a ridimensionare e interiorizzare la lezione di Segantini.
L’opera è preceduta da un lavoro preparatorio mediante la messa in posa e la fotografia dei personaggi nello spazio reale. La preparazione fotografica è stata rivelata da due fotografie rinvenute di recente nello studio Fornara: ritraggono Gian Maria Rastellini come un vecchio sdraiato contro un albero nel campo sotto Craveggia. Alla scena invernale delle fotografie rinvenute, Fornara ha sostituito il disgelo di fine inverno. Se l’opera dipinta non rispecchia gli scatti fotografici, è la composizione che echeggia la staticità delle riprese panoramiche. I tronchi nudi degli alberi fungono da cornice, attraverso la quale entriamo dentro il paesaggio, i cui vari piani si leggono con chiarezza sotto la cupola concava dell’orizzonte. L’interpretazione decorativa dello spazio, quasi giapponesizzante, incontrata in altre opere di Fornara come En plein air o Le lavandaie, è ormai tramontata, sostituita da una ricerca coloristica e compositiva, mirata all’illusione del reale. La descrizione del paese di Craveggia trascina l’occhio dello spettatore dal basso verso l’alto, frontalmente, casa per casa, in una materia spessa, da effetto smalto, idonea a tradurre sia i caratteri architettonici sia l’umidità della terra bagnata. La sinergia di questi elementi genera quel senso di euritmia, suggerita dal titolo evocatore Chiara pace, memore forse di un poema. La figura del vecchio sonnecchiante contro uno dei faggi è la struttura portante della composizione; sembra vivere passivamente una simbiosi totale con i luoghi, presenza secondaria ma tuttavia utile a sottolineare che il paesaggio è tale soltanto in funzione di chi lo abita.
La purezza del linguaggio divisionista, che non si ripeterà in Fornara con tale esattezza, coesiste con un trattamento a smalto delle superfici e contribuisce a rendere la fissità della luce cristallina. L’impressione che ne scaturisce è di vita bloccata in un attimo, in lenta osservazione di un meriggio smagliante di luce, tra inverno e primavera.

 

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